Lega, il piano per il rilancio con Salvini-Zaia

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Una Lega da rilanciare tra governo, Nord e leadership

Nel mezzo sta la virtù, dicevano i latini. E nel mezzo, oggi, sta anche la ricerca di un equilibrio nuovo dentro la Lega: non una scissione, non due partiti, ma un Carroccio rinnovato, capace di parlare al Nord produttivo senza perdere la dimensione nazionale. A Roma si riunisce il direttivo federale, convocato in presenza, con un peso politico che va ben oltre la semplice approvazione di un bilancio. Matteo Salvini prova a tenere il profilo basso, ma le sue stesse parole tradiscono la portata del passaggio: «È stato convocato per l’approvazione del bilancio, io sto lavorando da mesi – non da tre giorni – leggendo numeri, vittorie e sconfitte e nelle prossime settimane sistemeremo quello che va sistemato. Evidentemente è un percorso lungo e il nostro obiettivo è vincere le politiche dell’anno prossimo». Alle ricostruzioni che parlano di due Leghe, il segretario replica secco: «fantasie». Ma dietro la smentita, il cantiere è apertissimo.



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Il direttivo federale e il bisogno di una scossa

La riunione del direttivo federale a Roma non è un appuntamento di routine. La richiesta di partecipazione in presenza, avanzata da Matteo Salvini, segnala quanto il momento sia delicato per il Carroccio. Il partito arriva a questo passaggio fiaccato da più fattori: da un lato l’usura dell’azione di governo, che tende a logorare chiunque stia al potere; dall’altro la diserzione dell’ex generale Roberto Vannacci, che ha aperto una ferita politica e simbolica. In questo contesto, Salvini e il gruppo dirigente lavorano da mesi a una strategia di rilancio. L’obiettivo dichiarato è chiaro: «vincere le politiche dell’anno prossimo». Ma per farlo serve una scossa, un cambio di passo che non si limiti a ritocchi cosmetici. Il direttivo di oggi, più che chiudere un percorso, ne apre uno: è il momento in cui il segretario tira le fila di settimane di colloqui con i protagonisti del partito, chiedendo a ciascuno cosa può fare “in più” e in prima persona per aiutare la Lega a tornare competitiva.

Luca Zaia, il “Doge” e il ritorno al Nord produttivo

Il nome che emerge con più forza nel disegno di rilancio è quello di Luca Zaia. Libero dagli impegni da governatore, il “Doge” viene considerato il volto giusto per tornare a parlare a quel Nord produttivo che negli ultimi anni sembra essersi raffreddato nei confronti della Lega. I sondaggi e i retroscena lo descrivono come un valore aggiunto potenziale, capace di spostare consensi e di riaccendere un rapporto con imprenditori, ceti medi e territori che si sentono meno rappresentati. La scorsa settimana, Zaia è stato protagonista di una riunione con Salvini, Giancarlo Giorgetti e Claudio Durigon. In quell’incontro gli è stata chiesta la disponibilità a scendere in campo in modo più diretto nella vita del partito. Zaia avrebbe dato il suo assenso, ma ponendo una condizione chiara: avere autonomia decisionale. Non un ruolo puramente decorativo, ma una funzione reale, con margini di scelta e responsabilità politica.

Il progetto delle “due Leghe” e la Macroregione del Nord

Nel confronto con Salvini e gli altri dirigenti, Luca Zaia ha rimesso sul tavolo anche un’idea che circola da tempo: il progetto delle due Leghe sul modello bavarese Cdu-Csu. Nella sua visione, potrebbe nascere una sorta di Macroregione del Nord, un soggetto politico fortemente radicato nei territori settentrionali, di cui lui sarebbe il plenipotenziario politico. In questo schema, la Lega nazionale a trazione sovranista resterebbe guidata da Matteo Salvini, con il ruolo di segretario federale e regia complessiva. Accanto a questa, però, si affiancherebbe una struttura nordista dotata di maggiore autonomia, capace di decidere alleanze, candidati e linee specifiche per il Nord. Un’architettura che punta a tenere insieme identità territoriale e dimensione nazionale, senza arrivare a una vera scissione ma riconoscendo la specificità del “motore” settentrionale del partito.

I limiti del piano e le resistenze interne

Il piano, affascinante sul piano politico e mediatico, incontra però ostacoli significativi. Il primo è lo stesso Salvini, che non può permettersi di “consegnare” il cuore del partito a chiunque, nemmeno a una figura popolare come Zaia. Il controllo del Nord è storicamente il baricentro della Lega, e cederne una parte sostanziale di gestione significherebbe ridisegnare i rapporti di forza interni. Il secondo ostacolo è rappresentato dai “capi” regionali, i leader dei vari territori che temono di essere esautorati o quantomeno ridimensionati da un ruolo forte di Zaia come plenipotenziario del Nord. Per molti di loro, l’idea di una Macroregione politica rischia di comprimere le autonomie locali e di concentrare troppo potere in un’unica figura. Per questo, più che uno sdoppiamento formale, prende corpo un compromesso: niente due Leghe, ma una maggiore autonomia alle strutture regionali, in una sorta di ritorno allo spirito dei tempi di Umberto Bossi.

Autonomia regionale e nuovo assetto del Carroccio

Il vero terreno su cui si gioca il futuro assetto della Lega è la redistribuzione delle competenze tra centro e territori. L’idea che prende forma è quella di concedere più autonomia alle Leghe regionali, recuperando un modello in cui i territori hanno più voce nella gestione delle dinamiche locali. In questo modo, Salvini potrebbe concentrarsi maggiormente sulla linea politica nazionale e sul progetto generale, delegando ai livelli regionali la gestione delle beghe locali e delle questioni quotidiane. In questo quadro, il ruolo di Luca Zaia verrebbe disegnato su misura: al di là dell’eventuale vicesegreteria, per lui si immagina una funzione di “uomo immagine del Nord”, al fianco dei governatori e dei segretari regionali. Una figura di raccordo, capace di rappresentare il Nord produttivo e di fare da cerniera tra il partito nazionale e i territori. Il percorso che parte oggi, nelle intenzioni di Salvini, dovrebbe arrivare a una prima definizione entro il 4 e 5 luglio, in tempo per il “ritiro” convocato in Veneto.

Roberto Calderoli e il cantiere delle regole

Dietro le quinte di questa “nuova Lega” lavora già Roberto Calderoli, da sempre considerato il “mago” di regolamenti e statuti. A lui Salvini avrebbe affidato il compito di predisporre le (poche) modifiche statutarie necessarie per istituzionalizzare il nuovo ruolo di Luca Zaia e, più in generale, per adattare la struttura del partito al nuovo equilibrio tra centro e territori. Le modifiche non dovrebbero essere rivoluzionarie sul piano formale, ma sufficienti a dare copertura regolamentare ai nuovi incarichi e alle nuove autonomie. Una volta definito il pacchetto di cambiamenti, il passaggio obbligato sarà la convocazione di un congresso straordinario, chiamato ad approvare le modifiche allo statuto e a sancire ufficialmente il nuovo assetto del Carroccio.

Congresso straordinario e orizzonte 2027

L’assise straordinaria, al momento ancora nel campo delle ipotesi, dovrebbe tenersi in autunno al Nord, con Lombardia o Veneto come sedi più probabili. La scelta non sarebbe casuale: lanciare da lì la “nuova Lega” significherebbe parlare direttamente al cuore storico del partito e, allo stesso tempo, inaugurare la campagna elettorale che porterà alle politiche di ottobre 2027. Per Salvini, quell’appuntamento sarà decisivo. Dopo anni di governo, di alleanze complesse e di sfide interne, il segretario punta a presentarsi alle politiche con un partito riorganizzato, un Nord più coinvolto e un volto forte come quello di Zaia in prima linea. La scommessa è ambiziosa: trasformare un momento di difficoltà in un’occasione di rilancio strutturale, prima che la stanchezza dell’elettorato e la concorrenza degli alleati rendano il margine di manovra ancora più stretto.

Commento editoriale

La partita che si gioca oggi nella Lega non è un semplice rimpasto interno, ma un tentativo di riscrivere il patto tra il partito e il suo Nord storico. L’idea di una maggiore autonomia regionale, con un “uomo immagine del Nord” come Luca Zaia, è il modo con cui Salvini prova a tenere insieme due esigenze in tensione: rassicurare i territori che chiedono più voce e, allo stesso tempo, mantenere saldo il controllo della regia nazionale. Il progetto delle due Leghe sul modello Cdu-Csu resta sullo sfondo come suggestione, ma la realtà è che nessuno, al momento, sembra davvero disposto a prendersi il rischio di una frattura formale. Salvini non può permettersi di consegnare il cuore del partito a un altro leader, e i “capi” regionali non vogliono ritrovarsi sotto un nuovo plenipotenziario. Da qui il compromesso: più autonomia, più visibilità per Zaia, ma dentro una cornice che resta saldamente salviniana. Il coinvolgimento di Roberto Calderoli nel cantiere statutario segnala che la trasformazione non sarà solo narrativa, ma anche regolamentare. Tuttavia, come sempre nella politica di partito, la vera prova non sarà la scrittura delle norme, ma la loro applicazione concreta: quanto spazio reale verrà concesso ai territori? Quanto margine di manovra avrà davvero Zaia? E quanto il Nord produttivo, disamorato e corteggiato da tutti, sarà disposto a tornare a scommettere sulla Lega? L’orizzonte delle politiche del 2027 incombe. Se il progetto riuscirà, Salvini potrà presentarsi come il leader che ha saputo rinnovare il partito senza perderne il controllo. Se invece il cantiere resterà a metà, la “nuova Lega” rischierà di essere solo un’etichetta, buona per qualche titolo ma incapace di invertire la rotta nei consensi. In mezzo, ancora una volta, starà la virtù. O l’ambiguità, a seconda di come andrà a finire.

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