Trump, Board of Peace senza fondi: ricostruzione di Gaza ferma

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Il progetto Board of Peace e lo stallo totale dei finanziamenti

Il piano voluto da Donald Trump per la ricostruzione di Gaza si trova in una fase di blocco quasi completo: fondi promessi ma mai arrivati, dubbi politici e partner internazionali in ritirata.


Fondi promessi e conti vuoti: la crisi finanziaria del Board

Il Board of Peace, presentato da Donald Trump come l’architettura centrale per la ricostruzione di Gaza, si trova oggi in una condizione di paralisi finanziaria. Nel rapporto inviato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, lo stesso organismo ammette che il divario tra gli impegni economici annunciati e i fondi realmente versati è diventato insostenibile. Le promesse dei Paesi coinvolti – circa 17 milioni di dollari – non si sono tradotte in trasferimenti effettivi, lasciando il fondo ufficiale creato con la Banca Mondiale praticamente vuoto.

A complicare ulteriormente il quadro, alcune segnalazioni indicano che parte dei contributi sarebbe transitata attraverso un conto JPMorgan utilizzato dal Board, una scelta che ha alimentato interrogativi sulla trasparenza della gestione. Il risultato è un progetto che, nonostante i rendering futuristici e gli annunci iniziali, non ha ancora avviato alcun cantiere reale nella Striscia.

Dubbi politici e legali negli Stati Uniti

Oltre ai problemi economici, il Board of Peace sta generando un acceso dibattito politico negli Stati Uniti. Il senatore democratico Brian Schatz ha riferito che Marco Rubio gli avrebbe descritto il Board come un organismo legato all’Onu, ma lo stesso Schatz ha ammesso di non aver compreso con chiarezza la natura giuridica del progetto. Questa incertezza alimenta interrogativi sul modo in cui il Board dovrebbe ricevere fondi pubblici americani e su quali controlli debbano essere applicati.

Le perplessità non riguardano solo la struttura formale, ma anche la governance interna: Trump ha parlato del Board come di una sorta di “corte del re”, un’espressione che ha contribuito a intensificare il dibattito sulla reale indipendenza e credibilità dell’organismo.

L’Europa prende le distanze: le parole di Kaja Kallas

Anche in Europa il progetto non trova terreno fertile. La responsabile della politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, ha dichiarato che per Bruxelles aderire al Board è “impossibile”. Le ragioni sono molteplici: l’assenza di un percorso chiaro verso uno Stato palestinese, la mancanza di garanzie sulla trasparenza interna e la preferenza per canali già consolidati come l’Onu e la Banca Mondiale.

La posizione europea evidenzia come il Board, nato per essere un punto di riferimento internazionale, stia invece diventando un progetto isolato, incapace di attrarre il sostegno politico necessario per avviare una ricostruzione credibile.

Partner in fuga e ricostruzione bloccata

Il tempo passa e diversi partner internazionali stanno riconsiderando la propria partecipazione. L’Indonesia, che aveva promesso migliaia di soldati per una possibile forza internazionale a Gaza, ha sospeso ogni programma collegato al Board. Anche gli Stati Uniti non hanno ancora trasferito i fondi annunciati, in attesa di controlli più severi e garanzie sulla gestione finanziaria.

Nel frattempo, nessun contratto per la ricostruzione è stato assegnato e molti progetti restano solo sulla carta. Il Board continua a parlare di iniziative future, ma la realtà è che a Gaza non è ancora partito nulla. Il grande piano lanciato da Trump, tra promesse e immagini avveniristiche, appare oggi come un progetto fermo, privo di basi operative e incapace di trasformare gli annunci in interventi concreti.


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