La Sapienza, bruciare Salvini non è protesta

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La protesta alla Sapienza e il gesto che supera il limite

Nel piazzale dell’Università La Sapienza di Roma, durante un’iniziativa studentesca, un gruppo di manifestanti ha deciso di bruciare l’immagine del vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini. L’azione è stata rivendicata da militanti di Cambiare Rotta, collettivo studentesco che ha collegato la protesta alla mobilitazione annunciata per il 13 giugno contro il corteo sulla cosiddetta “remigrazione” previsto nella Capitale. Dalla sommità di un edificio dell’ateneo è stato srotolato anche uno striscione con lo slogan: “Respingiamo guerra, razzismo e sfruttamento. Il 13 giugno tutti in piazza”.

Al di là delle parole d’ordine, il momento simbolicamente più forte e più discusso è stato proprio il rogo dell’immagine di Salvini: un gesto che, per modalità e messaggio, va ben oltre la legittima contestazione politica e apre un problema serio sul clima dentro l’università.



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Il contesto della mobilitazione studentesca

La manifestazione alla Sapienza si inserisce in un quadro più ampio di mobilitazioni studentesche che, da mesi, attraversano diversi atenei italiani. Cambiare Rotta e altre sigle di area antagonista contestano le politiche migratorie del governo, le scelte in materia di sicurezza e, più in generale, quella che definiscono una deriva repressiva e razzista.

In questo scenario, l’appuntamento del 13 giugno a Roma contro il corteo per la “remigrazione” è stato assunto come data simbolica: una giornata in cui portare in piazza la propria opposizione alle parole d’ordine della destra sovranista. L’iniziativa alla Sapienza voleva essere un momento di avvicinamento a quella mobilitazione, con interventi al microfono, striscioni e slogan.

Fin qui, siamo nel campo della normale dialettica politica: si può condividere o meno il merito delle rivendicazioni, ma la protesta pacifica rientra pienamente nel perimetro democratico. Il problema nasce quando la contestazione si trasforma in messa al rogo di un volto, di un avversario politico, trasformato in bersaglio da bruciare davanti alla folla.

Il rogo dell’immagine di Matteo Salvini

Il momento centrale dell’iniziativa è stato la combustione dell’immagine di Matteo Salvini, mostrata in piazza e poi data alle fiamme tra cori e applausi di una parte dei presenti. Il gesto è stato ripreso in video e ha fatto rapidamente il giro dei social, diventando il vero “messaggio” della giornata, più di qualsiasi striscione o intervento al megafono.

Bruciare il volto di un leader politico non è una semplice “provocazione”: è un atto che richiama simbolicamente la cancellazione dell’avversario, la sua demonizzazione, la riduzione della persona a effigie da distruggere. È un linguaggio che appartiene più alla logica dell’odio che a quella del confronto, e che stride in modo clamoroso con la pretesa di difendere diritti, democrazia e libertà.

Chi rivendica il diritto di manifestare dovrebbe essere il primo a rifiutare forme di espressione che scivolano nella violenza simbolica. Perché se diventa normale bruciare l’immagine di un ministro oggi, domani cosa diventerà accettabile? E contro chi?

Lo striscione e lo slogan contro guerra, razzismo e sfruttamento

Sul tetto di un edificio dell’ateneo è comparso uno striscione con una frase netta: “Respingiamo guerra, razzismo e sfruttamento. Il 13 giugno tutti in piazza”. Un messaggio che, preso alla lettera, richiama valori condivisibili: rifiutare la guerra, il razzismo e lo sfruttamento è un terreno su cui molti cittadini, anche lontani dalle sigle antagoniste, potrebbero riconoscersi.

Il paradosso è che lo stesso evento che si presenta come rifiuto dell’odio e della violenza finisce per utilizzare un linguaggio simbolico aggressivo, divisivo, che alimenta proprio quel clima di scontro frontale che si dice di voler combattere. La coerenza tra mezzi e fini, in politica come nei movimenti sociali, non è un dettaglio: è la cartina di tornasole della credibilità.

Se il messaggio è “no alla disumanizzazione dei migranti”, non si può rispondere disumanizzando l’avversario politico, trasformandolo in un fantoccio da bruciare. La battaglia contro il razzismo perde forza se si accetta, anche solo sul piano simbolico, la logica del nemico da annientare.

Università, luogo di confronto o palcoscenico di odio?

La Sapienza non è una piazza qualsiasi: è una delle principali università italiane, un luogo che dovrebbe incarnare studio, ricerca, confronto critico, pluralismo. Quando dentro un ateneo si normalizzano gesti come il rogo dell’immagine di un leader politico, il segnale che passa è devastante: la cultura non è più strumento di dialogo, ma scenografia per atti di ostilità.

Contestare un ministro, un partito, una legge è legittimo, anzi fisiologico in una democrazia viva. Ma un’università che tollera o minimizza la trasformazione della protesta in spettacolo di odio simbolico rischia di tradire la propria missione: formare cittadini capaci di argomentare, non tifoserie pronte a esultare davanti a un rogo.

Il confine è sottile ma decisivo: un conto è organizzare un dibattito, un’assemblea, un presidio con striscioni e interventi; altro è mettere in scena la distruzione rituale del volto di un avversario. Nel primo caso si educa al confronto, nel secondo si educa alla delegittimazione personale.

La responsabilità dei collettivi e il messaggio ai più giovani

I collettivi studenteschi che promuovono iniziative politiche dentro gli atenei hanno una responsabilità che va oltre il singolo evento: parlano a una platea di giovanissimi, spesso al primo contatto con la militanza e l’impegno pubblico. Ogni gesto, ogni slogan, ogni scelta simbolica diventa un modello, un precedente, un “così si fa” che rischia di sedimentarsi.

Se il messaggio che passa è che bruciare l’immagine di un ministro è un atto di coraggio, di radicalità, di coerenza, allora si sta insegnando che la politica è soprattutto odio, spettacolo, umiliazione dell’altro. È una pedagogia rovesciata, che non emancipa ma incattivisce.

Chi guida queste realtà dovrebbe chiedersi che tipo di cultura politica sta trasmettendo: una cultura del confronto duro ma argomentato, o una cultura del nemico da ridicolizzare e cancellare? La differenza non è accademica: è ciò che distingue una democrazia conflittuale ma vitale da un’arena permanente di scontro identitario.

Il ruolo delle istituzioni universitarie

Di fronte a episodi come quello avvenuto alla Sapienza, le istituzioni universitarie non possono limitarsi a un imbarazzato silenzio o a una generica presa di distanza. Serve una parola chiara, che difenda la libertà di espressione ma tracci una linea netta contro ogni forma di incitamento all’odio, anche quando si presenta in forma simbolica.

Non si tratta di reprimere il dissenso o di blindare gli atenei, ma di ribadire che l’università non è il luogo dei roghi, delle effigi bruciate, delle gogne pubbliche. È il luogo in cui si discute, si critica, si contesta, ma senza scivolare nella spettacolarizzazione dell’odio.

Una presa di posizione ferma non è un favore a Matteo Salvini o a questo o quel governo: è un investimento sulla qualità del dibattito pubblico e sulla credibilità dell’istituzione universitaria. Difendere il pluralismo significa anche dire “no” a chi, in nome di una causa, pensa di poter calpestare il rispetto minimo dovuto alla persona.

Commento editoriale: perché bruciare un volto è sempre una sconfitta

Bruciare l’immagine di Matteo Salvini alla Sapienza non è “radicalità”, non è “coraggio”, non è “resistenza”: è una scorciatoia miserabile che tradisce la stessa idea di università e di impegno politico. Chi è convinto delle proprie ragioni non ha bisogno di roghi, ma di argomenti. Quando si passa dal confronto alla combustione simbolica dell’avversario, significa che le idee non bastano più e si cerca l’applauso facile della curva.

Si può criticare duramente Salvini, le sue politiche, il linguaggio della “remigrazione”, le scelte del governo in materia di migranti e sicurezza. Si può farlo con dati, analisi, contro-narrazioni, mobilitazioni di massa. Ma nel momento in cui si riduce tutto a un volto da bruciare, si regala all’avversario il ruolo di vittima e si offre alla politica il volto peggiore: quello dell’odio ritualizzato.

L’università dovrebbe essere il luogo in cui si impara che la forza di una posizione sta nella sua capacità di reggere al confronto, non nella violenza simbolica contro chi la pensa diversamente. Oggi è l’immagine di Salvini, domani potrebbe essere quella di chiunque altro: una volta aperta la porta ai roghi, nessuno può sentirsi davvero al sicuro.

Per questo il gesto degli studenti va condannato senza ambiguità. Non perché Salvini sia intoccabile, ma perché la democrazia lo è. E una democrazia che si abitua a bruciare i volti invece di discutere le idee è una democrazia che, lentamente, si sta bruciando da sola.


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