
Delitto di Garlasco, impronte a “V” e scarpe Lacoste: cosa emerge dalle nuove analisi
A distanza di anni dall’omicidio di Chiara Poggi nella villetta di via Pascoli a Garlasco, il caso continua a produrre elementi di discussione tecnica e giudiziaria. Una nuova attenzione si è concentrata su alcune tracce a forma geometrica, descritte come impronte a “V” o “coda di rondine”, individuate sul pavimento vicino alla grande pozza di sangue al piano terra. Secondo i pubblici ministeri di Pavia, queste tracce sarebbero compatibili, almeno a prima vista, con il disegno della suola delle scarpe Lacoste indossate da Alberto Stasi, condannato in via definitiva come assassino di Chiara ma da lui sempre descritto come semplice “scopritore” del corpo.
Il lavoro del Ris di Cagliari, chiamato a riesaminare la scena del crimine, ha però portato a un giudizio prudente: le tracce sono parziali, sovrapposte e con margini poco definiti, tanto da non consentire una comparazione pienamente affidabile. Il risultato è una valutazione definita “inconcludente”, che lascia aperto il dibattito sulla reale attribuibilità di quelle impronte. Nel frattempo, il giornalista e saggista Luigi Grimaldi, che da anni segue il caso, rivendica di aver notato per primo quelle forme a “V”, sostenendo che le misure sarebbero compatibili con le calzature di Stasi.

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Indice rapido
- Le nuove analisi sulle impronte a “V” nella villetta di Garlasco
- Le scarpe Lacoste di Alberto Stasi e il giudizio del Ris di Cagliari
- Il ruolo di Luigi Grimaldi e i dubbi ancora aperti su Stasi e Andrea Sempio
- Commento editoriale finale sul delitto di Garlasco e sulle nuove tracce
Le nuove analisi sulle impronte a “V” nella villetta di Garlasco
Nella zona del pianterreno della casa dei Poggi, in prossimità della porta a libro che conduce alla cantina e della grande gora di sangue dove è stata trovata Chiara Poggi il 13 agosto 2007, gli esperti del Ris di Cagliari hanno rilevato una serie di segni di natura geometrica. Non si tratta di impronte nitide e complete, ma di porzioni di tracce che, osservate nel loro insieme, ricordano una forma a “V” o a “coda di rondine”.
I pubblici ministeri di Pavia hanno sottolineato come, a un primo sguardo, queste tracce richiamino il disegno scolpito sulla suola delle scarpe Lacoste che Alberto Stasi indossava abitualmente e che lui stesso ha dichiarato di avere ai piedi quando entrò nella villetta la mattina in cui disse di aver trovato il corpo di Chiara. Secondo l’accusa, questo elemento contrasterebbe con l’idea che Stasi non abbia lasciato alcuna impronta riconoscibile sulla scena del delitto.
Le impronte, però, non sono singole e isolate: si tratta di più segni parziali, in parte sovrapposti, che sembrano corrispondere a diverse zone della suola – dall’avampiede al cambrione, fino alla parte centrale. Questa sovrapposizione suggerisce il movimento di una persona che, per aprire la porta a libro o per muoversi in uno spazio ristretto, abbia posato il piede più volte nello stesso punto, a pochi centimetri dalla pozza di sangue.
Un altro aspetto rilevante riguarda l’intensità delle tracce: non si tratta di impronte marcate, ma di segni definiti “leggeri”, come se il piede avesse calpestato sangue già in parte coagulato. Questo dettaglio, se confermato, indicherebbe un passaggio avvenuto non nell’immediatezza dell’omicidio, ma dopo un certo lasso di tempo, in linea con il racconto di chi sostiene di essere entrato in casa solo per soccorrere la vittima.
Le scarpe Lacoste di Alberto Stasi e il giudizio del Ris di Cagliari
Il cuore del nuovo fronte di discussione riguarda il possibile collegamento tra quelle impronte a “V” e le scarpe Lacoste di Alberto Stasi. Le calzature, sequestrate il 14 agosto 2007, non presentavano tracce di sangue visibili o rilevabili con le analisi allora eseguite. Questo dato è stato a lungo utilizzato come argomento a favore della versione di Stasi, secondo cui lui sarebbe entrato nella villetta senza calpestare il sangue di Chiara.
I pm di Pavia, però, richiamano un elemento di contesto: tra l’ingresso di Stasi nella casa dei Poggi e il sequestro delle scarpe trascorsero molte ore. Nel frattempo, è stato accertato che il giovane aveva camminato nel prato di casa sua mentre veniva innaffiato, circostanza che avrebbe potuto contribuire a lavare via eventuali residui ematici dalla suola. In questo scenario, l’assenza di sangue sulle Lacoste non sarebbe necessariamente incompatibile con il passaggio su una zona sporca di sangue.
Il Ris di Cagliari, chiamato a valutare le nuove immagini e le tracce sul pavimento, ha però adottato una posizione molto prudente. Pur riconoscendo che le forme geometriche possono ricordare il disegno delle suole Lacoste, gli esperti hanno evidenziato che le impronte sono incomplete, con margini incerti e parzialmente sovrapposte. In queste condizioni, non è possibile effettuare una sovrapposizione tecnica pienamente affidabile né giungere a una conclusione certa sull’attribuzione.
Per questo motivo, il giudizio finale del Ris è stato definito “inconcludente”: le tracce non sono sufficienti per affermare in modo scientificamente solido che appartengano alle scarpe di Stasi, ma neppure per escludere del tutto questa possibilità. Rimangono, dunque, come un elemento che, secondo l’accusa, appare “in linea” con il racconto dell’imputato, ma che non può essere elevato a prova decisiva.
La vicenda delle Lacoste si inserisce in un quadro più ampio di criticità investigative: negli anni sono stati segnalati numerosi errori e omissioni nelle prime fasi delle indagini, con contestazioni che hanno riguardato anche il lavoro del Ris di Parma. Proprio queste criticità hanno spinto a rivedere alcuni reperti e a cercare nuove chiavi di lettura della scena del crimine.
Il ruolo di Luigi Grimaldi e i dubbi ancora aperti su Stasi e Andrea Sempio
A riportare all’attenzione pubblica le impronte a “V” è stato, tra gli altri, il giornalista e saggista Luigi Grimaldi, che segue il caso di Garlasco da anni. Grimaldi racconta di aver notato già nel 2018 quella particolare traccia sul pavimento, ma di essersi inizialmente “autocensurato”, confidando nel lavoro degli esperti ufficiali. Solo dopo la diffusione delle notizie su decine di presunti errori nelle indagini ha deciso di rendere pubbliche le proprie osservazioni.
Il giornalista sostiene di aver effettuato misurazioni sulle immagini disponibili, arrivando alla conclusione che le dimensioni delle impronte sarebbero compatibili con le scarpe Lacoste di Alberto Stasi. Dopo aver condiviso queste valutazioni sui social, con foto e confronti, è emersa l’indiscrezione che anche il Ris di Cagliari, in modo autonomo, stesse prendendo in considerazione quelle stesse tracce.
Grimaldi sottolinea che le impronte non sembrano riconducibili alle altre calzature sequestrate a chi entrò nella villetta dopo il delitto: parenti, soccorritori, investigatori e altre persone che, in totale, consegnarono ventotto paia di scarpe per gli accertamenti. Secondo lui, questo rafforzerebbe l’ipotesi di un collegamento con le Lacoste di Stasi, pur riconoscendo di non essere un tecnico e di non poter sostituire il giudizio degli esperti.
Parallelamente, il nome di Andrea Sempio è tornato più volte nel dibattito pubblico e giudiziario. Alcune consulenze difensive hanno proposto letture alternative della scena del crimine, ipotizzando movimenti diversi dell’assassino, modalità differenti di pulizia del sangue e persino l’uso di un asciugamano per ripulirsi e avvolgere l’arma. I pm di Pavia hanno chiesto approfondimenti anche sulla capacità di intendere e di volere di Sempio, mentre la difesa ha accusato l’accusa di cercare un “assassino ideale” per colmare le lacune delle indagini.
In questo intreccio di perizie, controperizie, consulenze psichiatriche e nuove letture delle tracce, il delitto di Garlasco continua a essere un caso in cui la verità processuale – la condanna definitiva di Alberto Stasi – convive con una serie di interrogativi che, per molti, non hanno ancora trovato una risposta pienamente soddisfacente.
Commento editoriale finale sul delitto di Garlasco e sulle nuove tracce
Le nuove discussioni sulle impronte a “V” nella villetta di Garlasco mostrano quanto sia delicato il confine tra ciò che è tecnicamente accertabile e ciò che resta nel campo delle ipotesi suggestive. Da un lato, i pm di Pavia vedono in queste tracce un elemento che si inserisce nel racconto di Alberto Stasi come “scopritore” del corpo di Chiara Poggi, compatibile con le difficoltà da lui descritte nell’aprire la porta a libro della cantina. Dall’altro, il Ris di Cagliari invita alla prudenza, ricordando che la scienza forense non può spingersi oltre ciò che i dati consentono di affermare.
Il ruolo di figure esterne al circuito giudiziario, come Luigi Grimaldi, evidenzia quanto i grandi casi di cronaca nera continuino a vivere anche nello spazio pubblico, tra inchieste giornalistiche, libri, documentari e dibattiti sui social. Questo può contribuire a mantenere alta l’attenzione su eventuali errori o omissioni, ma rischia anche di alimentare aspettative che il processo penale, con le sue regole e i suoi limiti, non è sempre in grado di soddisfare.
Il delitto di Garlasco resta, a tutti gli effetti, uno dei casi simbolo della giustizia italiana contemporanea: una vicenda in cui la condanna definitiva di Alberto Stasi convive con la percezione, diffusa in una parte dell’opinione pubblica, che non tutti i tasselli siano stati collocati in modo definitivo. Le nuove impronte a “V” non ribaltano il quadro, ma lo complicano ulteriormente, aggiungendo un elemento che può essere letto in modi diversi a seconda della prospettiva.
In ultima analisi, questa storia ricorda quanto sia essenziale che le indagini sui delitti più gravi siano condotte con rigore assoluto fin dal primo momento: ogni errore, ogni ritardo, ogni sottovalutazione può avere effetti che si trascinano per anni, alimentando dubbi e ricostruzioni alternative. Nel caso di Chiara Poggi, la ricerca della verità continua a intrecciarsi con la memoria della vittima e con il bisogno, umano e civile, di poter dire un giorno che tutto ciò che era possibile fare è stato davvero fatto, senza zone d’ombra.
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